Intervista a don Mattia Dutto

Ritagli di vocazione

Intervista a don Mattia Dutto

Per l'Ordinazione Presbiterale

Ma sei proprio sicuro? È una domanda a cui Mattia Dutto, originario di Cuneo, seminarista nel seminario interdiocesano di Fossano, tentava di rispondere sul sito dell'istituzione medesima, all'inizio del suo cammino di studi, confronti, riflessioni ed ascolto che lo hanno portato alla decisione di diventare presbitero. Un evento che avrà luogo sabato 20 ottobre, alle 20.30, nella Cattedrale di Cuneo, per imposizione delle mani del vescovo di Cuneo e Fossano, Piero Delbosco, e la preghiera di tutti i preti delle due diocesi, oltre ai fedeli che saranno presenti alla celebrazione.

Per chi desidera partecipare è a disposizione un pullman che partirà alle 19,30 davanti al Duomo di Fossano (occorre prenotarsi entro mercoledì 17 ottobre in Ufficio parrocchiale del Duomo).

Un giovane brillante Mattia, classe 1987, con precedente laurea in archeologia, dalla vita normalissima, come lui stesso la definisce, che ha però deciso di mettersi a servizio della fede degli altri. Attraverso alcune domande abbiamo cercato di capire quali saranno i suoi prossimi impegni a Fossano, i suoi eventuali timori e il fondamento della formazione che lo ha accompagnato a fare questa scelta.

Quali precedenti l’hanno portata a questo passo verso lo studio in seminario?
Mi sono diplomato al Liceo Classico di Cuneo, città di cui sono originario; le mie passioni sono sempre state la storia e le cose antiche. Poi ho scelto di andare a studiare archeologia ed ho avuto l’opportunità di frequentarla a Pisa (in particolare quella classica e greco romana), con tesi un po' particolare, sull’archeologia dei campi di battaglia. Ero alloggiato in un collegio diocesano dove davo una mano ad altri studenti, organizzando momenti di socialità. Ho frequentato fino alla Cresima la parrocchia, ma poi non l’ho più vissuta nelle esperienze dei vari gruppi che questa propone, e neanche mi interessavano momenti come i campeggi o l’estate ragazzi. Ho invece avuto l’opportunità di confrontarmi con preti, amici di famiglia, a cui ponevo domande, ed essendo organista, avevo anche l’occasione di suonare a varie messe. Per cui il mio, è stato per lo più un percorso spirituale personale.

Una vita normale, dunque?
Una vita normalissima, la mia. Così su due non saprei dire da dove nasce la mia vocazione; non c’è stato niente di particolarmente strano, ma un accorgersi di potersi mettere in gioco, per situazioni umane in cui, pur non risolvendole, si può dare una mano. E quindi nasce anche dall’ascoltare, in parte me stesso, in parte la Parola di Dio (che non è lettera morta, che non è un semplice testo, ma è un qualcosa che interpella la mia esistenza). I miei familiari (oltre i genitori ha un fratello più giovane, ndr) mi hanno sempre sostenuto, dicendomi di andare avanti se davvero ero convinto, pur vedendo i limiti oggettivi della situazione ecclesiale. Poi, quando si entra in seminario, qualcuno pensa che uno sia già prete, abbia già deciso tutto. In realtà seminario vuol dire tempo di ascolto e di domande, di dubbi, di ricerca, di studio, di approfondimento, tempo ulteriore di ricerca. E, alla fine di tutto, non si ha la certezza di tutto ciò che si deve fare.

Un altro “salto” da compiere dunque?
No, non proprio, ma è un mettersi in gioco, dicendo “ci sto”, avendo intuito che il “Tu” con cui ci si relaziona dall’altra parte ci sta, e, direi anche, in maniera forte, per sempre.

Di che cosa si occuperà una volta diventato sacerdote?
Mi dovrei occupare della pastorale giovanile della città alta, per cui dei gruppi giovani del Duomo e San Filippo, del Salice e dello Spirito Santo, essendo poi vice parroco di queste due ultime parrocchie, con don Mario Dompé al Salice e don Flavio Luciano allo Spirito Santo.

Per una pastorale interparrocchiale?
Sì, anche perché questa è la prospettiva, nonostante tutto. Io poi sono stato anche mandato da Cuneo a Fossano. Passando dall'idea di occupare spazi, territorio, campanile, per diventare sciolti in un contesto molto più ampio, puntando all'essenziale su alcune cose, e lasciandone altre: c'è chi si può occupare di organizzazioni molto più pratiche, lasciando invece ai preti il discorso dell'accompagnamento spirituale, della cura delle relazioni, l’annuncio della Parola...

Sta cambiando anche la formazione dei preti; lei, per esempio, sarà un prete archeologo ed altri ancora sono laureati prima di diventare sacerdoti.
È un mondo che sta cominciando ad essere diverso, ed il fatto di essere nel passaggio, nel cambiamento, non facilita tanto le cose. La generazione più adulta ha alle spalle un suo modo di vedere la figura del prete e la chiesa, e fatica ad intravedere il nuovo. Bisogna imparare l'aspetto dell'umanità comune: il prete è innanzitutto un uomo ed un battezzato come tutti, che si rende disponibile per il servizio e per la fede degli altri. Quindi con la necessità di curare (anche) se stesso.

Come viene fatta la formazione in Seminario? Tiene conto e prepara il futuro presbitero ai cambiamenti e alle problematiche in atto nella nostra società?
La formazione ha due facce. Quella più accademico-intellettuale si appoggia sullo STI e ISSR di Fossano, una buona scuola e un luogo di confronto e ricchezza che è a disposizione del territorio non solo diocesano ma interdiocesano: le discipline filosofiche, bibliche e teologiche sono tra loro intrecciate con l’attenzione a non dimenticare il sottofondo umano (insomma devono parlare all’uomo di oggi!); sono messi a disposizione degli studenti strumenti e stimoli per cercare di orientarsi nell’oggi. L’altro aspetto formativo è più complessivo e dovrebbe essere compito del seminario: dedicare del tempo per provare a fare sintesi di quanto offerto dalla scuola con il proprio vissuto, mantenendo il più possibile gli orizzonti aperti; questa è una ricchezza da non perdere, il carattere interdiocesano del seminario permette di confrontarsi con esperienze e storie diverse, vedendone limiti e ricchezze, superando chiusure che – con tutto il rispetto – mi sembrano ad oggi solamente ridicole.

Si proietti al 21 di ottobre, il giorno dopo la sua ordinazione: che cosa la spaventa di più e cosa la incoraggia di più?
Avere a che fare con “qualcosa” e con “qualcuno” più grande di me. Un evento che va oltre me, mi precede e mi sorpassa. Da una parte mi lascia sbigottito, perché io sono veramente minuscolo, ma d'altra parte, proprio perché minuscolo, sono convinto nel sostegno di tante persone, che a volte non immagineresti. Chi è apparentemente più lontano ha infatti le domande più interessanti, più vere. Gente davvero insospettabile, che alla fine sostiene davvero la chiamata. E questo fa vivere.

Tratto dal settimanale diocesano “La Fedeltà” del 17/10/2018

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