Tu, per chi vivi?

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Tu, per chi vivi?

Articolo di don Edoardo, rettore del seminario

27 gennaio 2019 

Giornata interdiocesana del Seminario

 

Sette seminaristi, per cinque diocesi e 500.000 persone.

Tu, per chi vivi?

 

Il 27 gennaio in tutte le parrocchie della Provincia Granda, si celebrerà la giornata del Seminario. Il Seminario, lo sappiamo, non esiste fine a sé stesso, ma per formare coloro che saranno i preti di domani. Pertanto, vogliamo riflettere su questo importante ed insostituibile ministero all'interno della Chiesa, rispondendo a due domande. Nella prima parte risponderemo alla domanda: “Perché non ci sono più preti?”. Nella seconda parte cercheremo, invece, di rispondere ad un'altra, più importante, domanda: “Tu, per chi vivi?”

 

Perché non ci sono più preti?

 “Perché non ci sono più preti? Il mondo, i nostri paesi, le nostre Comunità cristiane, le persone in genere hanno ancora bisogno di preti?

Con franchezza, salvo qualche eccezione, possiamo rispondere: “Ma! Forse il prete non serve più, è diventato insignificante per il contesto, la cultura nella quale viviamo. Sì! è necessario per i funerali, per i battesimi, per la prima Comunione e la Cresima dei figli ma, per il resto, è diventato una figura inutile.”

Questa lettura, sul modo di percepire i preti nel contesto culturale nel quale ci troviamo, potrebbe sembrare troppo pessimista ma, se facciamo i conti con la realtà dei fatti constatiamo che, a nostro modo di vedere, il prete non è più una figura socialmente rilevante infatti, nessuno, o pochissimi, sono coloro che vogliono assumersi questo compito e i numeri, riportati nel titolo di questo articolo, non hanno bisogno di commenti.

Oggi, non si può giungere alla decisione di fare il prete sulla base dei bisogni e degli apprezzamenti della società, che non è ostile ma indifferente. Il contesto odierno è disposto a riconoscere un ruolo al prete: colui che battezza, fa i funerali, fa sposare le persone, tiene bene la chiesa, fa giocare i bambini, va a trovare gli anziani; ma non è disposto a riconoscergli un senso. Il prete è colui che fa delle cose, magari per qualcuno anche utili, ma non può essere una persona che può aiutarmi a vivere la mia vita, che si gioca su categorie a lui sconosciute.

Ora, stando così le cose, il numero dei preti è destinato a diminuire ulteriormente e, infatti, sta diminuendo ma siamo convinti che, se è vero che la relazione con il contesto attuale spegne, in un giovane, un simile desiderio, vi è un’altra relazione in grado di accendere e sostenere il desiderio di diventare prete. Tratteremo di questa relazione rispondendo alla seconda, più importante, domanda: “Per chi vivi?”

 

Per chi vivi?

Rispondere alla domanda: “Per cosa vivi?”, sarebbe più facile ed immediato: vivo per divertirmi, lavorare, mangiare, rubare, usare gli altri, fare carriera ecc… Rispondere, invece, al “Per chi vivo?” richiede un po’ di tempo, devo pensare, devo richiedermelo e la risposta si fa meno immediata. Rispondere a questa domanda, mi accorgo, non è questione che si colloca su un livello tecnico, pratico, di usa e getta, come siamo normalmente abituati a pensare e a fare, bensì si colloca a livello degli affetti, dei sentimenti e scende nelle profondità costitutive della mia vita.

Per chi vivo? Se sollecitati da questa domanda inizieranno, nella nostra mente, a comparire dei volti e mi accorgo subito che, legato a quei volti, c’è il bene, l’affetto che quelle persone mi hanno e stanno volendo e questo affetto ricevuto e sperimentato, attraverso i canali umani del prendersi cura e del sentirsi raggiunti concretamente dall’altro, mi spinge a orientare la mia vita verso di loro. Ad un certo punto la bellezza del bene ricevuto, diventando sempre più maturi e consapevoli, addirittura non ci spinge solo più verso coloro che ci vogliono bene, ma anche verso chi non ci può ricambiare o magari ci fa del male nelle diverse forme sottili che la creatività umana sa inventarsi. Per chi vivo, allora? Per le persone che mi vogliono bene e per le persone che sento importanti per me e che spero si accorgano a loro volta della mia esistenza. Qui, in questo ricevere e restituire, si pone la risposta al: Per chi sto vivendo?


Lasciarci raggiungere e trovare: dal bene.

Le cose finora dette sembrerebbero facili da vivere ma nella realtà non lo sono affatto, non solo perché bisogna imparare i canali attraverso i quali esprimere il bene che vogliamo ma, prima ancora, per imparare a ricevere, lasciandoci raggiungere dal bene.  Sembra assurdo e invece è più difficile ricevere il bene che imparare a voler bene, perché nella misura in cui mi sento raggiunto dal bene, ne faccio l’esperienza, questo bene ricevuto mi spinge a far diventare la mia vita un’offerta grata, senza pretese, agli altri, perché mi accorgo che sto ricevendo più di quanto sto dando e non riesco a ricambiare per tanto che mi impegni.


Perché, allora, diventare prete?

Perché lasciandomi raggiungere, intendiamo essere questa la cosa più difficile non solo nei rapporti umani ma anche nel rapporto di fede con il Signore, dalla persona di Gesù che mi vuole bene, mi comprende e perdona, mi sostiene e mi salva, a Lui, con gratitudine voglio offrire la mia vita. La comunione con Lui mi spinge a cercare la comunione con gli altri, accogliendoli e volendo loro bene così come sono, non solo, mi spinge a trattarli come Dio in Gesù tratta me. Ecco dove risiede il motivo per il quale anche oggi, senza paura del contesto nel quale viviamo e del futuro del quale ovviamente non disponiamo, si diventa preti. Ho ricevuto Signore, da te, la vita e la salvezza, senza merito alcuno, ora, con infinita gratitudine per quanto mi hai dato, pur senza riuscire a ricambiarti mi offro a te, nel contesto in cui mi trovo, e faccio di tutto affinchè anche gli altri di dispongano a lasciarsi raggiungere da te o Signore, che tutti stai cercando, in modo che sentendosi da te raggiunti, capiti ed amati possano a loro volta chiederti in che modo offrirti la vita, volendo bene agli altri. E’ qui che nasce e si sostiene ogni vocazione, anche quella al presbiterato.

                                                                                              

Don Edoardo Olivero

                                                                                  Rettore Seminario Interdiocesano di Fossano


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