Si diventa felici... mettendosi un pò nei guai

Ritagli di vocazione

Si diventa felici... mettendosi un pò nei guai

Alcune domande ad Alberto

Quali sono le tappe principali del cammino che ti ha portato ad entrare nella comunità del Seminario interdiocesano?

La frase di una canzone che mi piace dice: "mi hai lasciato da solo davanti al cielo e non so leggerlo". Credo sia un buon punto di partenza per raccontare la mia storia e l'immagine del cielo stellato centrata per descrivere il desiderio che mi abita: la felicità. 

Come ogni adolescente prima e ogni giovane poi, ho imparato ad unire i puntini di un cielo stellato, allo stesso tempo affascinante e incomprensibile, con entusiasmo e fatica. Dopo le medie ho frequentato il liceo classico a Cuneo; una volta diplomato, ho conseguito la laurea triennale e poi la magistrale in economia presso l'università degli studi di Torino e lavorato presso l'azienda Ferrero di Alba. 

Ho avuto inoltre la fortuna di crescere nel cammino di gruppi e grazie ai campi estivi della parrocchia dello Spirito Santo e poi di provare a prendermi cura io di qualcun'altro, facendo il servizio di animatore e poi di responsabile di alcune attività. Un percorso ordinario nel quale ho imparato molte cose: ad essere amico, a voler bene e a riconoscere il bene ricevuto, a confrontarmi con il mondo e con gli altri, a stupirmi e ad indignarmi, ad indagare l'uomo che vorrei essere e il paese che vorrei abitare.

 

Ci sono state delle esperienze e delle persone che hanno inciso in modo significativo nella tua scelta?

Certo. Sono convinto che "non si possa avere una destinazione, senza un Amore che abbia fede in noi prima che noi in lui." Se non si sente di appartenere a qualcuno non è possibile vedere la possibilità del davanti. Quando è in dubbio di chi si è, andare avanti è angoscioso, proprio come un bambino che nelle sue esplorazioni, non manca mai di guardare all'occhio vigile dei genitori. Solo se si sente guardato infatti accetta il rischio di esplorare, di affrontare l'ignoto, il mistero che gli sta davanti. Un po' come quel bambino, ho avuto la fortuna di incontrare persone speciali che mi hanno investito di un sguardo così, lasciandomi intuire in esso quello del buon Dio, che non molla mai. 

I miei genitori e la mia famiglia tutta, sono stati e sono la mia casa: rifugio da ogni dubbio e timore, luogo e volti che hanno dato una forma all'Amore. I miei amici sono spazio di verità, allenamento costante alla dedizione gratuita, compagni di esperienze importanti. Volti che mi hanno guardato nei miei limiti e mi hanno voluto bene comunque: che fortuna! La comunità dello Spirito Santo infine mi ha mostrato la possibilità concreta di una casa per tutti, una casa di quartiere: lì mi sono commosso nel vedere molta gente di buona volontà dare quel che ha, per quel che può. Ho visto e sperimentato sulla mia pelle la vicinanza tra le persone, l'accoglienza del diverso, forme di carità disinteressate, respirando quella comunione concreta che ai Cristiani è chiesto di costruire.


Cosa è per te la vocazione?

Ricollegandomi alla domanda precedente, credo che l'incontro con sguardi così sia la condizione necessaria per parlare di vocazione. Riconoscere di essere stati accolti, guardati, voluti, amati da qualcuno, rende capaci di generare, di prendere il largo, di andare da qualche parte. 

La vocazione offre secondo me le parole per formulare la domanda: "Che cosa vale la mia pena?".  Valere la pena è un espressione straordinaria; è vero infatti che per vivere bisogna trovare la pena per cui farlo; una pena che corrisponde ad una sorta di debito di gratitudine che rende responsabili e quindi desiderosi di restituire, in maniera insostituibile e originale: la vocazione è così un punto di vista da sviluppare, una sensibilità da poter condividere con altri, è per me aver trovato per cosa sia accettabile dare il mio tempo e il mio spazio e rischiare un viaggio sì precario, ma allo stesso tempo appassionante. La vocazione è quindi una domanda concreta di felicità alla quale solo la vita intesserà poi il campo di risposta.

 

Un giovane oggi che si interroga sul sacerdozio è già una notizia: quali motivazioni e quali paure?

Se posso permettermi, credo che la domanda sia mal posta. Credo sia ordinario che un giovane si interroghi su come dar forma ad una vita piena. Straordinario forse - e questo fa notizia - è quando la domanda di felicità smette di essere un'idea e prova a darsi una forma concreta. Quando il desiderio diventa decisione. Soltanto decidere infatti impegna il desiderio e lo fa crescere. Decidere vincola il desiderio, lo libera dall’onnipotenza, dalla paura, dalla dispersione, che alla lunga lo spengono. 

Questo oggi suona male perché sembra far rima con rinuncia. In realtà è esattamente l'opposto. Se non si sceglie, si rinuncia al proprio possibile. Ecco che il servizio del presbitero diocesano chiama in causa il mio possibile, interpella il mio rischio, è il mio modo di lasciarmi incontrare dalla Parola di Dio, è ciò che forse più di ogni altra cosa mi fa sentire "responsabile della bellezza del mondo", è il mio modo per dare la vita sull'esempio di quel Gesù di Nazareth. Dare la vita per le gioie, le sofferenze, le scelte delle persone che abitano le mie stesse strade.

D'altro lato le paure sono molte, perché decidere è un po' mettersi nei guai: decidere non è sistemarsi, ma anzi è rischiare l'incerto, mettere in discussione ogni giorno la verità di quella scelta alla luce del contesto che cambia, mantenendo salda la fede in quel Dio che tiene ferma la bellezza in ogni cosa e la accompagna a compimento, anche quando questa sembra non esserci. 

 

Quelli del seminario sono anni di discernimento, di ricerca… come li stai vivendo?

Entrare in seminario ha significato per me, incontrare persone nuove, stabilire nuovi ritmi, lasciare un lavoro importante, mettermi in discussione insomma. Sono anni di studio e riflessione, di preghiera e di esercizio di comunione, nel quale dare concretezza alla decisione e verificare sopratutto la possibilità di esserne all'altezza. Credo sia così che si diventa felici: mettendosi nei guai. Nei guai di chi prende delle decisioni, accettando il rischio di venir fuori, di prendere il largo.

 

 

Alberto Costamagna

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